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giovedì 15 ottobre 2015

Ricordare.

“Ricordare è prendere aria.
Lasciarsi percorrere da sensazioni passate, chiuse in qualche cassetto, talvolta dimenticate.
Ricordare è tenere per pochi attimi la mano di qualcuno che non c'è più.
E non ci sarà più perché ha scritto un nuovo capitolo della sua vita a te sconosciuto, di cui non fai parte.
Ricordare non è fare una colpa, non è rabbia, non è odio.
Ricordare è augurarsi il meglio. È augurarti il meglio.
È osservare da lontano, mantenendo un silenzioso respiro.
Ricordare è avere domande senza risposta. Una moltitudine di spiegazioni senza senso logico. Oppure è averla davanti agli occhi, ma non volerla vedere.
Ricordare è ritrovarsi altrove, senza tempo,senza spazio.
Attimi congelati rubati all'eternità e serrati in una proprietà privata mentale.
Io la ricordavo. Me la volevo ricordare per ricordarmi come fosse sorridere con lei.
Io la ricordavo quando non ci avrei mai scommesso.
Quando un dettaglio infimo me la riportava alla memoria.
Io la ricordavo per il modo di farmi vedere il mondo, costantemente bello. Una continua giornata primaverile.
Non ho mai capito cosa mi portasse a ricordarla, dove fosse l'origine di questo meccanismo.
Però so che mi ritrovavo con lei, anche se non c'era."

                               -MH

mercoledì 14 ottobre 2015

LEI.



Quando l’abbracciava si aggrappava a lui quasi come fosse sempre sul punto di naufragare, di affondare, di perdersi, come se fosse un’àncora lui, un porto sicuro, un molo a cui attraccare, la terra dopo mesi di unico vasto oceano, si aggrappava lei, cercando sempre di non finire sul fondo. Lui conosceva la sua debolezza mista a timidezza, ma anche la sua forza, onda che spazzava via ogni cosa. Lei si aggrappava a lui come fosse stato la roccia di un precipizio troppo vicino, il bordo di un balcone troppo alto, il corrimano di una scala troppo ripida, il parapetto di una nave troppo bagnata. Lui la lasciava fare, non l’avrebbe mai fatta cadere, e se un giorno fosse caduta, sarebbe di certo scivolato con lei. Ma sarebbero risaliti insieme, non c’era alcun dubbio. Avevano ormai superato così tante difficoltà che solo stringendosi le mani avrebbero potuto arginare il mare. Ma preferivano sentire la schiuma delle onde sbattere loro sul viso, gelare le guance e ghiacciare le lacrime accumulate agli angoli degli occhi da giorni infiniti, di gioia, dolore, rabbia, voglia di vivere, di morire, di sprofondare ma risalire a galla, senza mai lasciarsi o trovarsi del tutto.  Anche lui avrebbe voluto aggrapparsi a lei, lei così fragile, lei di vetro, lei come rugiada sulle foglie al mattino, benzina sul fuoco, acqua nel deserto, lei che saziava subito, ma lei che non bastava mai. 
      
                     
                                                                                 -Rebecca


Nessun rimpianto, in ogni caso.

“Aveva profondamente ragione: non c'era motivo per andare via.
Forse è stato proprio questo a fregarci.
Non avevamo abbastanza paura di perderci.
'Che poi c'era, ma forse l'avremmo sottovalutata.
Accade spesso. Accadono tante cose e nemmeno te ne accorgi.
Manca tempo che mai ti tornerà e, con lui, mancano attimi.
Quel 'non andartene' ce lo eravamo incise sulle ossa e no, non è bastato.
Lo sapevamo che da sole non avremmo combinato nulla di buono, non saremmo più state in grado di vivere.
Ma la vita continua e noi la seguiamo a ruota.
Lo leggevi negli occhi, muti, che eravamo ferme. Incastrate in quell'attimo, preludio della fine.
Non è per tutti: 'Si chiude una porta, si apre un portone'. Per noi chiusa quella porta, si chiudeva l'esistenza.
Era indistinguibile, inconoscibile la nostra essenza.
Forse nemmeno noi l'abbiamo capita a fondo, fino in fondo.
Sicuramente andremo avanti: stringeremo un'altra vita tra le mani stanche, assaggeremo altri sorrisi lievi e grideremo un amore forte.
Non ci penseremo per le grandi sorprese, non ce ne siamo mai regalate, ma rimarremo fregate da un particolare silenzioso.
Questo avevamo fatto: ci eravamo donate i nostri dettagli più profondi.
Eravamo la risposta alla richiesta di aiuto, le fasce su quei ricordi taglienti, la sazietà in un mondo affamato d'amore.
Magari ho travisato, ho sperato troppo e in realtà non ci penseremo più.
Tuttavia finché il ricordo di lei resta vivo in me, sarò felice di dedicarle qualche attimo di sospensione in questo infinito naufragio che è la vita.
Ci siamo volute così tanto, eppure non è stato abbastanza.
Un continuo paradosso: troppo, ma mai abbastanza.
Così è stato.
Niente da rimproverare. Nessun rimpianto, in ogni caso.
In tutto questo disordine, in questa vita senza regole si arriva a conclusioni che forse cambieranno, forse no. Non si sa mai.
Sono certa di averla amata, benché il tempo non mi abbia concesso la gioia di dirglielo.
Sono rimasta una foto sfocata, un'opera incompiuta, una lettera muta.
Probabilmente non avremo mai un 'dopo' insieme, ma va bene così.
Ciò che era importante era la sua serenità, anche senza la mia.
Una lieve nevicata: gela i campi, ma il cielo ne ha bisogno.
Ognuno la la necessità di sfogarsi e poi stare bene.
Ho sempre amato il suo modo di dolere, quello di soffrire e il modo in cui le si coloravano gli occhi quando mi parlava.
Anche la tristezza le stava bene sulla pelle.
Le dava un'aria evanescente, lieve.
La tristezza di cui era portatrice era di una bellezza sconcertante.
Eravamo necessarie.
Le auguro di vivere al meglio, di avere delle idee da cambiare, di urlare con gli occhi e di essere ascoltata.
Le auguro di amare forte e sorridere esageratamente, ma le auguro anche di sentire la mia mancanza quando nessuno farà tutte queste cose con lei.”

                                           -MH 

martedì 13 ottobre 2015

"Quando la tua risata non era più contagiosa"

“Ho imparato ad amarti troppo tardi, quando già non c'eri più.
Ho imparato ad amarti quando la tua mancanza è diventata una presenza continua.
Ho imparato ad amarti quando non avevo più lettere da spedire piene di motivi per amarti.
Ho imparato ad amarti quando ho cominciato a trovare motivi per odiarti.
E ti odiavo.
Ti odiavo per tutte quelle emozioni che ricordavo a malapena.
Ti odiavo perché la mattina mi svegliava un cellulare e non la tua voce ovattata.
Ti odiavo perché un amore così grande non l'avrei più incontrato.
Ho imparato ad amarti nel momento stesso in cui ti ho persa.
Quando camminavo per la strada con la solita canzone.
Quando ti dissi "è finita" e invece per me era appena cominciata.
Quando non c'era più nessuno a prendersi cura di me.
Quando la tua risata non era più così contagiosa.
Ho imparato ad amarti non sapendo come.
Ho imparato ad amarti quando le tue dita non si incastravano più con le mie.
Ho imparato ad amarti lentamente, senza pensarci.
E poi ti ho mandata via.
Ero terrorizzata all'idea di amarti.
Tu eri tutto, io niente.
E, si sa, gli opposti si attraggono e poi, in un fragoroso silenzio, si annullano.”

-MH.

lunedì 12 ottobre 2015

Torno presto pt.8

Gli stessi occhi verdi che avevano accolto la mia richiesta di aiuto giorni prima, adesso traboccavano di lacrime, ma non lasciò scivolarne nemmeno una prima che me ne andassi. Passarono i giorni, il telefono non si illuminò, ed io non chiamai nessuno. Avevo sistemato la casa, innaffiato le mie amate orchidee, e stavo sonnecchiando tranquillo sul divano. Fuori pioveva quel tipo ti pioggia che ti concilia il sonno. Toc toc. La porta. Mi alzai controvoglia e andai ad aprire. Charlotte, fradicia dalla testa ai piedi, il trucco le colava sul viso. “E..Entra, ti prenderai un raffreddore.” Ero spiazzato. Le preparai un the caldo e le diedi dei vestiti asciutti. Le stavano larghi, ma almeno non squittiva come un topo intirizzito dal freddo. “Che ci fai qui?”. Parlava guardandosi le mani. “Potrei dirti che passavo qui per caso, ma non mi crederesti mai. Oppure che correvo sotto la pioggia per cercare un riparo e sono finita davanti al tuo portone. Ma non crederesti nemmeno a questo. La verità è che.. volevo semplicemente vederti, sapere come stavi, se avevi bisogno di qualcosa, o di me. Ho pensato a te questi giorni, così tanto che avevo quasi paura che ti arrivassero i miei pensieri. Mi hai fatto male Stefano, ma sono qui perché ho ancora qualcosa da dirti..” Puntò i suoi occhi nei miei “..Scegli me. Scegli me e non lei. Scegli le mie mani calde, che tremano sempre un po’. Scegli le mie labbra, che son sicura saranno più soffici unite alle tue. Scegli le mie frasi senza senso, le risate a voce troppo alta. Scegli i miei sbalzi d’umore che ti faranno girar la testa tutto il giorno. Scegli i miei piedi piccoli e il mio cuore grande, la mia pelle morbida e la testa dura, le orecchie gelate, il broncio perenne. Scegli di andare al mare di notte insieme a me, non con lei ma con me, ‘che insieme io e te il mare lo rendiamo ancora più speciale. Scegli i miei capricci, il mio caratteraccio, la mia passione per il cibo. Scegli di graffiarmi tutti i giorni con la barba il viso, che a me piace così, che a me piace tutto ciò che è te. Scegli me te l’ho detto, scegli anche il mio difetto peggiore. Perché io di te ho già scelto tutto quanto.” Piangeva Charlotte. I singhiozzi le scuotevano le spalle, ed io non mi ero mai sentito così piccolo e insignificante in vita mia. Piangevamo entrambi, sembrava una pietosa scena strappalacrime di una classica sit-com. Le presi il viso, e prima di baciarla sentivo che i pezzi della mia anima si stavano sistemando al loro posto.

                                  -Rebecca

Torno presto pt.7

La penna mi cadde dalle mani, piangevo come un bambino di cinque anni, con le ginocchia sbucciate, solo che a sanguinare era il cuore. Mi attaccai alla bottiglia per quel che rimaneva della notte e passai il giorno seguente chiuso in bagno a vomitare alcol e ad ingoiare lacrime. Ma poteva vivere così un uomo? Mi sarei volentieri tolto di mezzo, se non fossi stato un vero vigliacco. Avrei smosso mari e monti per la donna che amavo, se non mi fossero mancate le forze. I miei amici erano dispiaciuti, ma anche un po’ stufi del mio comportamento. Ero scontroso, uscivo poco, non rispondevo al telefono. La segreteria era piena di messaggi che non leggevo mai. Un giorno mi arrivò un messaggio del tutto inaspettato. “Sei un grandissimo bastardo, ma ti ho pensato spesso dal nostro primo ed ultimo incontro. Chiamami. C.” Charlotte. L’avevo quasi dimenticata. Dio ero stato un grandissimo idiota, dovevo chiamarla. Lo feci la sera stessa. Rispose al terzo squillo. “Ehi, Charlotte sono Stefano” “Si ho riconosciuto il numero, cosa c’è?”  Come cosa c’è? Era stata sua l’idea di risentirci, io non l’avevo cercata mai. “Dopo cena hai da fare? Se sei libera, il bar dell’altra volta è sempre aperto.” “Va bene, alle nove lì, ma se scappi un’altra volta ti cerco e ti investo.” Rise, chiuse la comunicazione. Quel bar era molto meno affollato la sera, e la trovai subito, seduta a sorseggiare un the freddo. Perlustrava con gli occhi il locale, ma non mi vide subito. Così rimasi ad osservarla per qualche minuto senza che si accorgesse di me. Era bella. Anche quando guardava l’orologio accigliandosi, e probabilmente maledicendo se stessa per aver dato una seconda opportunità all’idiota che ero. “Mi hai fatta aspettare.” “Scusami, non c’era un parcheggio libero.” Mi sedetti di fronte a lei, non mi chiese perché me la fossi data a gambe la volta scorsa. Parlammo del più e del meno, della crisi, di come fosse difficile arrivare a fine mese, degli affitti troppo alti, delle nuove generazioni, della musica, dei libri, delle stelle, degli animali domestici che nessuno dei due aveva a causa di due padroni di casa petulanti allo stesso modo, dell’inverno che stava per tornare, di tante cose, di tutto e niente. E stavo bene, stavo bene davvero. “Andiamo al mare?” mi chiese. Ansia. Al mare io c’ero sempre andato con Luna. “Charlotte, scusami si è fatto tardi.. domani devo lavorare, ti dispiace se rimandiamo? Ti accompagno alla macchina..” “Ci so arrivare benissimo da sola, buonanotte.” Uscì dal locale e la vidi svoltare l’angolo e perdersi in qualche vicolo. Un perfetto imbecille, ecco che cos’ero. Composi il suo numero. “Dimmi Ste’, cos’hai dimenticato?” “Fermati dove sei, vengo a prenderti. Non dirmi di no, saremo solo io, te e il mare.” Mi sorpresi della naturalezza con cui pronunciai quelle parole, e capii che erano quelle giuste. Charlotte mi teneva la mano, era felice. Scendemmo in spiaggia. Spiegai il lenzuolo scolorito che avevo trovato nel bagagliaio dell’auto e stappai la bottiglia di vino che mi ero fermato a comprare. Purtroppo niente bicchieri, ma andava bene lo stesso. Quella notte, anche le stelle brindarono alla rinascita di un piccolo uomo. Le raccontai tutta la storia dell’uomo in pezzi che ero stato, del perché me ne fossi andato quel giorno, del mio periodo da alcolizzato, del viaggio a Roma, di tutto l’amore che ero stato capace di tirar fuori e della solitudine che avevo provato per qualche anno. Lei incredibilmente mi capì, e la sua non fu la solita compassione che leggevo negli occhi della gente intorno a me, nei suoi di occhi ci lessi una grandissima voglia di aiutarmi a tornare ad essere felice, a piccoli sorsi, piano piano, ed io non potevo chiedere di meglio. Tornai a casa giusto il tempo necessario per togliermi il sale dalla pelle e darmi una sistemata al ciuffo informe che avevo in testa. Andai al lavoro esausto ma felice, e la giornata passò in fretta. Charlotte mi aveva invitato a cena la sera dopo, non avevo idea di cosa indossare. Seduto sul bordo del letto, mi guardavo disperato allo specchio, come un quindicenne al primo appuntamento. Nessuno ci crede, ma anche a noi uomini viene l’ansia prima di vedere una donna. Alla fine optai per un jeans ed una camicia bianca. Mi ero fatto la barba, avevo il viso liscio come un adolescente, i capelli erano sistemati, avevo dimezzato la bottiglietta del profumo. Ero pronto, stavo per uscire di casa quando mi accorsi non avere niente ai piedi. Tornai in camera, mi infilai le scarpe, inserii l’allarme e finalmente uscì. Charlotte aprì la porta con un grandissimo sorriso, dalla cucina arrivava un odore delizioso. La cena fu ottima, la compagnia una delle migliori, ma alla fine la stanchezza prevalse sul desiderio, e ci addormentammo abbracciati sul divano prima che arrivasse la mezzanotte. Quella notte dormii senza sognare, senza svegliarmi. Le prime luci dell’alba ci accarezzavano i volti, ed il fresco venticello che entrava dalla finestra mitigava il calore del suo corpo. La guardai. Il trucco leggermente rovinato, il vestito verde sgualcito, i capelli arruffati, era bellissima. Le lasciai un biglietto, “torno presto”, ed io la promessa la mantenni. Era sveglia da poco quando suonai alla porta, tenevo la colazione tra le mani e scoppiamo a ridere quando vidi che l’aveva preparata anche lei. Doppia colazione, non male come buongiorno. Scappai poi di corsa a lavoro, con lei che mi salutava affacciata alla finestra della camera. Stavo sbagliando di nuovo tutto? Era Charlotte ciò che volevo? E Luna? L’avevo abbandonata così? Tecnicamente ero stato io ad essere abbandonato, lo so, e senza nemmeno troppo tatto, ma frequentare una donna che non fosse lei, andava contro tutti i miei propositi. Volevo bene a Charlotte, ma la stavo per caso trattando come seconda scelta? Non erano forse le tante somiglianze con Luna che mi avevano attratto da subito? Dovevo parlarle, mettere in chiaro le cose, il meccanismo del mio cuore si era rotto in mille schegge da un bel pezzo, e non sarebbe tornato mai quel che era prima. L’indomani mattina andai a trovarla, c’era un vento pazzesco, era domenica e nessuno dei due amava particolarmente i soliti pranzi in famiglia domenicali. Sarebbe stato il classico pomeriggio da coperte e film, ma io avevo un certo talento nel rovinare qualunque cosa bella mi capitasse fra le mani. “Charlotte io non posso. Mi dispiace. Ci ho provato davvero a non pensare al passato, ma preme e fa più male che mai. Non voglio farti del male, non lo meriti, perciò finiamola qui, meglio farlo adesso che siamo ancora agli inizi.” E il premio “Indelicato del mese” va a.. me, che domande. “Avrei dovuto aspettarmelo, che sciocca. Ti voglio bene, ma adesso sparisci.”
         
                                       -Rebecca

Grandi artisti, grandi amanti

“Le sue mani sulle mie nudità disegnavano uno dei quadri più belli che avessi mai visto.”

Un artista non è tale se non riesce a trasformare l'atto sessuale in arte.
Amare forte qualcuno, amarlo al punto di voler sfiorare il suo corpo e memorizzare tutti quei punti, pallidi, che rabbrividiscono al tocco.
Amare ancora, non averne abbastanza, volerne sempre di più.
Stringere, lasciare, carezzare, respirare affannosamente e perdere le parole nei baci.
Ripercorrere lo stesso corpo più e più volte. Ricordarselo.
Un neo, una voglia. La voglia di possedersi.
Di sentirsi al proprio posto, di posare la testa sul petto e sentire il tempo scandito da battiti irregolari di un cuore innamorato.
Grandi artisti, grandi amanti.
Keats faceva l'amore in un letto completamente bianco. Keats era fluidità di corpi intrecciati.
Goethe piangeva.
Amava sempre troppo.
Passionale, violento quanto basta, desideroso di amore forte. Piangeva Goethe.
Van Gogh faceva l'amore in un letto giallo. Almeno lì doveva trovarsi questa maledetta felicità.
Almeno lì qualcosa doveva riempirlo.
Almeno lì.
Kierkegaard faceva l'amore e lasciava tocchi malinconici sul corpo della sua donna. Kierkegaard amava ad occhi tristi.
Kierkegaard amava con la consapevolezza che sarebbe stata distruzione assicurata.
Schopenhauer non amava. Schopenhauer occupava tempo. Schopenhauer aveva amato troppo per amare ancora.
Picasso era diretto. Picasso era pittore. Picasso stringeva la donna dove erano le sue imperfezioni. Picasso amava gli errori.
Picasso amava coloro che si trascinavano dentro una languida nostalgia.
Monet faceva l'amore su un letto di ninfee, ogni volta ad un'ora diversa. Con un diverso sentimento. Con una diversa intensità. Con la stessa persona amata. Monet amava piano. Monet amava la delicatezza dell'essere. Monet voleva impressioni da esprimere poi con l'arte.
Klimt voleva amarle tutte. Klimt amava l'atto. Klimt amava l'amore. Passionale, deciso. Dritto al sodo. Klimt voleva vederle godere, e le amava. Le amava tanto. E aspettava qualcuno che lo amasse così, per l'artista disperato che era. Per il testardo senza scampo.
Magritte ha sempre aspettato.
Aspettando si è ridotto ad un amore platonico. Ama l'idea. Sente nostalgia di due corpi uniti. Sente la voglia di non sapere dove inizi e finisca l'altra persona.
Magritte aspetta. Magritte si è perso in un immaginazione.
Joyce fa l'amore parlandoti. Joyce ti stringe e sussurra alle tue orecchie tutto ciò che senti, come fossi tu a bisbigliare, affannosamente.
Joyce lo sa.
Schiele ride di chi ama, ma ama forte. Schiele cerca nell'amore la rivincita contro la morte. Ma anche quella è 'fare l'amore', anche quella porta all'amore. Amore e morte. Schiele e l'amore. Corri Schiele.
Ama Schiele.

                                -Silvia

domenica 11 ottobre 2015

Torno presto pt.6

E invece poi, non ho avuto più niente. Ero rimasto solo con l’amaro in bocca. In quel periodo della mia vita, pieno di conflitti interiori, mi aiutava a non pensare il disegno. Avevo sempre avuto un certo talento nel disegnare, ma stupidamente non l’avevo mai sfruttato. Così presi qualche foglio bianco. Disegnavo senza avere alcuna scena in mente. Alla fine il foglio si riempì di colori: c’era un cielo, con qualche gabbiano in lontananza. C’erano due piedi nudi, un corpo snello fasciato di un abito grigio. I capelli erano mossi da un vento dispettoso che giocava a spettinare una bellissima donna. Ma lei non era dell’umore adatto per scherzare. Di spalle, la immaginavo mentre faceva un gran respiro e avanzava tra le onde, che nel frattempo si infrangevano sull’orlo dei suoi piedi, dita invisibili che cercavano di prenderla con la forza. E poi ancora, camminare tra la corrente di quelle acque, fino a sentirne la freddezza sul viso. Lei attendeva così tanto quel momento, quella pace dei sensi che annullava tutto quanto, te stesso compreso. Mi resi conto che quel disegno rappresentava un po’ la mia vita: una continua discesa verso il basso, con un culmine che non avevo ancora raggiunto, ma di cui già sentivo l’odore. L’odore del fallimento, la consapevolezza di non aver combinato niente di buono nella mia vita. Non avevo frequentato l’università, mi ero sposato troppo giovane con una ragazza che credevo sarebbe stata la donna della mia vita, l’avevo amata troppo, o troppo poco, ed era fuggita da me, quando le cose sembravano andare ancora per il meglio. Mi mancava, in ogni momento, in ogni istante. Ed era sbagliato, non potevo farmi influenzare così da una persona, soprattutto non dopo così tanto tempo. Ridevo, scherzavo, ma Dio solo sapeva la voglia di gridare che avevo dentro. Dio solo sapeva quanto mi mancasse tutto quanto. Soprattutto le cose più piccole, che erano quelle che ci facevano grandi. Ed erano proprio quelle cose che avrei voluto indietro. Ma non potevo. Non potevo riavere ciò che era stato distrutto, calpestato e buttato via. Anche se, se fosse dipeso da me, lo avrei ripreso pure con tutti i cerotti. Sentivo persino il bisogno fisico di respirare il suo profumo, era così dolce. Ho passato ore ad annusare la sua pelle, che profumava di lei. Ho trascorso momenti strazianti annusando i miei vestiti che sapevano di miele. Sentivo fitte allo stomaco quando ricordavo, fitte allo stomaco quando pensavo a lei e lei non c’era più. Non era come nei film, in cui l’amore della tua vita si pente di averti lasciato e torna più innamorato che mai. Era tutto diverso. Nessun film. Nessun ritorno. Ero solo a tutti gli effetti. La mia unica famiglia era stata lei per molto tempo, figlio unico, i miei genitori erano morti in un incidente stradale qualche anno dopo il mio matrimonio. Mio padre aveva una pazienza infinita, era la calma fatta persona. Era sempre gentile, anche con chi molto spesso non lo meritava. Era un tipo non molto alto, magro, avevo i suoi stessi occhi: blu, grandi e luminosi. Quando sorrideva, cosa che accadeva di frequente, si formavano intorno ai suoi occhi tante piccole rughe: dettaglio che fece innamorare mia madre. Lei, beh, era lei. Mio padre diceva di essersi innamorato della sua mente più che della sua bellezza. Ma io so che non era tutta la verità. Certo, senza dubbio mia madre era una donna davvero intelligente, ma era dotata di una bellezza da mozzarti il fiato. Labbra piene, velate sempre di rossetto, occhi grandi e azzurri. Occhi capaci di spogliarti l’anima. Aveva i capelli lunghi fino a metà schiena, neri. Mio padre diceva che i suoi capelli erano del colore di una notte senza luna. Aveva un fisico da modella, ma aveva scelto una carriera che impiegava il cervello e non il corpo: aveva studiato fino a diventare un ottimo avvocato. I miei genitori erano due persone fantastiche, insostituibili, e perderli fu il dolore più grande della mia vita. E l’una era stata da subito l’ancora a cui aggrapparmi. Ma adesso perché mi ritrovavo di nuovo sul fondo? I giorni trascorrevano più o meno tutti uguali, tra la voglia di rivederla e la paura che mi attanagliava lo stomaco al solo pensiero di guardarla di nuovo negli occhi. Io c’avevo una guerra dentro. Amore, tristezza, apatia, dolore, gioia, iperattività, stanchezza e tanta solitudine. Sentimenti paralleli ed opposti che si scontravano di continuo, lasciandomi quel nodo alla gola che non m’abbandonava mai. Oramai non ci facevo nemmeno più caso. Aprii gli occhi nel bel mezzo della notte, e capii da subito che sarebbe stata un’altra di quelle notti. L’insonnia era diventata una fedele compagna. Guardai l’orologio, erano le tre spaccate. Il mondo dormiva a quell’ora, o almeno una parte. Magari, in qualsiasi parte del mondo lei fosse, era sveglia e pensava a me. Speranza vana, lei non mi voleva più. Mi alzai dal letto, andai in bagno, mi feci una doccia e poi mi guardai allo specchio: barba di qualche giorno, capelli folti ma tendenti al grigio, occhiaie quasi violacee, occhi stanchi. Diciamo che non ero il ritratto della bellezza. Mi accesi una sigaretta e uscì sul balcone. Non c’era nemmeno una stella. Volevo parlarle, anche solo per un miserissimo minuto, volevo conoscere tutte le risposte ai miei perché, e lo giuro, avrei accettato qualsiasi cosa, qualunque parola d’odio, di scherno, di compassione, pur di sentire la sua voce ancora. Decisi di scriverle una lettera, anche se era il gesto più inutile del mondo, non conoscevo mica il suo indirizzo. “Ciao Luna..” no così non va. Ma che è, una tua amica? Sei patetico, non riesci nemmeno a buttar giù due parole per la donna che dici di amare. E quando anche la vocina nella tua testa inizia ad insultarti, beh, diciamo che c’è da preoccuparsi. “Cara Luna..” si ok, il classico inizio, niente di speciale, ma su continua, vediamo cosa combini. “..scriverti una lettera è il gesto più banale che io possa fare, ma è l’unico modo che ho per sentirti più vicina. Non ho il tuo indirizzo, dunque sarà una lettera totalmente inutile, ma lasciami scrivere, lasciami cercare le parole e cancellarle tutte dopo due minuti esatti, lasciami gridare e strappare il foglio, e ricominciare mille e mille volte ancora. Sai che sono sempre stato un po’ testardo. Insomma, come stai? Bene immagino. Oh, io dici? Sì sì, io sto bene, benissimo direi, così bene che sono qui a scrivere, come un pazzo nel bel mezzo della notte, una lettera che nessuno tranne me leggerà mai, ad una donna che amo più della mia stessa esistenza su questo schifo di mondo, che mi ha lasciato solo come un cane, che diceva di amarmi ed è fuggita prima dell’alba. Ma sto bene, non preoccuparti. Ti odio, ti odio davvero. Non dovevi andare via, mi hai deluso, non credevo fossi così. Pensavo fossi diversa, una donna speciale. Sei come le altre. Dio Luna scusami, mi manchi così tanto. Non prendere per vere le parole che ho appena scritto, sono le parole di un uomo pazzo d’amore, ma pur sempre pazzo. Mi manchi da morire. Dove sei? E con chi? Riesci a dormire stanotte? Vorrei essere lì con te per guardarti mentre dormi, col volto sereno di chi non ha problemi. Accarezzarti i capelli, coprire la punta del piede che lasci sempre fuori, o scoprire le mani per tenerle nelle mie. Sentire il respiro regolare, il cuore che batte forte. Indovinare i sogni che fai a partire dalle tue espressioni. Chissà se ci sono anche io nei tuoi sogni. Ma comunque, spero sempre che siano sogni belli, i tuoi, anche senza di me. ‘Che non sopporterei di sapere che ti sei svegliata già triste. Sono quasi le quattro Luna. Andiamo al mare. Sì, adesso. No non sono pazzo te lo giuro. Andiamo al mare, io e te. Togliamoci le scarpe, i vestiti, guardiamo le stelle, facciamo il bagno, facciamo l’amore. No non sto scherzando. Facciamo l’amore, non quello che fanno nei film. Quello vero. Quello che si fa con gli occhi. Poi con le labbra, poi con le mani e solo dopo con il corpo. Andiamo al mare, io e te. Accendiamo un fuoco, beviamo una birra ubriachi d’amore, beviamo l’amore ubriachi di birra. Ridiamo a voce troppo alta, parliamo a bassa voce, sussurriamo tra i capelli. Siamo solo io e te. Andiamo al mare, andiamo via. Con la sabbia nelle scarpe appena comprate, con il sale sugli asciugamani presi di corsa in qualche armadio. Fuggiamo, che il mare aspetta solo noi, senti ci sta chiamando. Andiamo al mare, portami via da qui, da me, con te. ‘Che tutto andrà meglio se ci sei, se ci sei tutto va meglio. Portami via che io non aspetto altro. Luna sto impazzendo. Luna torna qui. Non avrei dovuto scriverti, ho sbagliato, perdonami. Perdonami tutto quello che non ho fatto e scusami per tutto quello che non ti ho dato. ‘Che tu meritavi tutto quello che c’è di bello nel mondo.”

Sono stata in mille posti.

Sono stata in mille posti.
Al cinema, sotto le stelle, a fare il bagno al mare di notte.
In un hotel a cinque stelle, in una tenda da campeggio.
Seduta sulla sabbia, su un divano in pigiama davanti alla tv, con il mio vestito piu bello la notte di capodanno.
Sui fiordi in Norvegia, sulla cima dell'Everest, ai piedi dell'Etna, su un aereo con destinazione a sorpresa.
Su un treno verso Firenze, sulla neve in Trentino, sotto il sole della Sicilia.
Al tavolo di un qualsiasi bar, con una birra in qualsiasi pub, o a cena nel ristorante piu lussuoso della città.
Davanti al Colosseo, in una fotografia con la torre di Pisa, nella casa di Giulietta a Verona.
In piedi ad un concerto, seduta a teatro, in giro per musei e mostre.
Sul lettino di un tatuatore, sulla macchina appena comprata, su sentieri di montagna.
A vedere le cascate, allo zoo, nella giunga e sulla jeep in mezzo al deserto.
In un letto gigantesco, su una brandina di un ostello, a dormire su un prato.
Sono stata in mille posti.
Ed è bastato soltanto che tu mi prendessi la mano. 

                              -RP

sabato 10 ottobre 2015

E se ti ritrovi solo, hai perso.

“Non è che non mi sia mai innamorata, anzi.
Una volta c'è stato qualcosa.
Era disordinato. Era confuso. Era troppe emozioni tutte insieme.
E dicono sia più o meno così l'amore.
Erano 540 km pieni d'amore.
Erano troppo pochi per amarci e troppi per stare vicine.
E sì, ammetto che, invece che "io e te", usavo "noi".
E non c'è stato niente di più sbagliato.
Eravamo noi, sempre noi. Qualsiasi cosa.
Ed eravamo proprio protette da queste convinzioni. E siamo state fottute.
Perché ora in quel "noi" non c'entra più nessuno. E siamo di nuovo "io e te" e la sento tutta quella distanza.
Quella tra di noi.
Quella tra "io" e "te".
Quella che ci allontana.
E allora ti chiedi se abbia senso cercare, ti chiedi se, dopo averla trovata, valga la pena riprovare.
Nuovi occhi, nuove labbra, nuove fossette ai lati della bocca.
E non funziona.
Tu non funzioni più.
A quel punto capisci che amare è concedersi e rischiare.
E se ti ritrovi solo, hai perso.
Io per vivere amavo lei.
Ora tutto tace.”

                                   -MH

Torno presto pt.5

Il giorno dopo, il tempo andava di pari passo con il mio umore. Pioveva a dirotto, lampi e fulmini invadevano il cielo. Non sembravano di certo i primi giorni di aprile. Decisi che non avrei potuto rimanere tutto il giorno in casa a rimuginare su quanto odiassi il mondo, su quanto mi sentissi solo, o a prendermela con Dio per avermi portato via l’unica mia ragione di vita. Così decisi di fare una cosa che, ci pensai, non avevo mai fatto: decisi di chiamarla. Scelsi di farlo da una cabina telefonica, almeno avrei avuto la scusa per andare in giro con quel tempo da film horror. Uscì di casa e arrivato alla cabina ero già zuppo dalla testa ai piedi. La pioggia batteva incessante su quel vetro rovinato. Rovinato dal tempo, rovinato da sporchi indelebili guidati da mano furtive, mani che scrissero promesse e giuramenti d’amore già infranti nel momento in cui l’inchiostro aveva iniziato a sporcare la superficie, una volta trasparente. Le gocce continuavano a scendere, una dopo l’altra, lanciandosi in una curiosa corsa ogniqualvolta si infrangevano sulla parete bagnata, inarrestabili aggiravano ostacoli e correvano, e correvano ancora, fino a cadere sfinite sull’asfalto freddo. Chiuso in quel piccolo spazio i contorni erano sfocati, i vetri bagnati distorcevano le immagini  e i rami degli alberi sembravano artigli pronti a prendermi. Ma non ce l’avrebbero mai fatta: io ero lì, al sicuro, e loro erano soltanto dei rami rinsecchiti dal gelo dell’inverno appena trascorso. Il silenzio era assordante, le mie mani si torturavano a vicenda, il tempo sembrava essersi fermato. Il nodo alla gola era più stretto che mai, quasi quanto quello spazio che era stata la prigione di molti altri prima di me. C’era chi aveva gridato più di un’ora, fino a che la voce usciva fuori, fino a che la gola non bruciava, per ricevere solo una risposta muta. C’era chi aveva pianto lacrime amare, si era aggrappato al vetro liscio per la disperazione, la voglia di rimediare, di ricominciare, di tornare a sorridere con chi di lacrime non ne aveva versata nemmeno una, e l’aveva lasciato lì a raccogliere i pezzi di un’anima che non sarebbe mai tornata la stessa. C’era anche chi si mordeva le labbra e respirava in silenzio, senza parlare, perché le parole che arrivavano al suo orecchio erano troppo forti, troppo pesanti da digerire, come pugni nello stomaco. E se ne stava semplicemente in piedi, come una statua in un museo, pregando che la cornetta tacesse il prima possibile, ponendo fine a quel supplizio.  E poi c’ero io. Io che stavo per compiere il gesto più coraggioso della mia vita. Inserii le monete, alzai la cornetta, digitai il numero senza alcuna esitazione, lo sapevo a memoria. La mia mano era tremendamente sudata e scivolava sul vetro della cabina. Il cuore batteva all’impazzata, ma si fermò, con un tonfo sordo, quando udii : “Pronto?”. La lingua si bloccò, il cervello si era ingarbugliato completamente. La voce di un uomo. Riuscivo soltanto ad ansimare. “Si può sapere chi è?”. No. Non puoi saperlo  Soprattutto tu. Non puoi saperlo, non sei lei. Attaccò. Caddi a terra. Luna aveva conosciuto un altro uomo. Il solo pensiero che altre mani, che non fossero le mie, la toccassero, mi faceva letteralmente uscire di senno. Lei era mia, era la mia anima gemella, era stato scritto all’inizio del mondo che ci saremmo amati. Lui non aveva il diritto di possederla, perché, ne ero sicuro, lui non l’amava, non ne era capace, era troppo per lui. Ero certo che avesse trascurato tantissimi suoi piccoli dettagli, che io solo ero riuscito a notare. Lui non le avrebbe scaldato i piedi le notti d’inverno. Lui non avrebbe amato il profumo di miele e sole dei suoi capelli nel modo in cui lo facevo io. Non le avrebbe baciato gli occhi e la punta del naso, fredda anche d’estate. Non l’avrebbe portata al mare sotto la pioggia, né ai suoi concerti preferiti. Non l’avrebbe capita, ascoltata e trattata come meritava. Lui non era un uomo. Era un intruso nella mia e nella sua vita. E lo odiavo e invidiavo al tempo stesso. Io amavo Luna nel modo giusto. Lui però la stringeva quando ne aveva voglia. Io ero solo, lui trovava lei sul divano finito il lavoro. Perché? Cosa avevo fatto di male? Cosa aveva fatto lui di grande? Era tutto sbagliato. Avrei tanto desiderato possedere una macchina del tempo, per vedere se avessi fatto qualcosa di sbagliato, detto qualcosa di ingiusto. Ma non era possibile. Che ero senza lei, era l’unica cosa di cui ero certo. Che mi restavano solo i ricordi, era tutto ciò che dovevo accettare. Déjà-vu, flash, ricordi continui e indelebili, milioni di immagini  di lei, di noi che si alternavano in un dolorosissimo circolo vizioso. Agosto 1980. Avevo diciotto anni e tutto quello che mi interessava era divertirmi in discoteca con i miei amici. L’estate era quasi al termine, ed io avrei dovuto decidere che fare della mia giovane vita. Università, lavoro o dolce far niente? Ero davvero indeciso. Quella sera mio padre, banchiere, aveva organizzato una cena con certi pezzi grossi suoi amici, per indirizzarmi sulla sua strada. Dire che mi stessi annoiando, sarebbe troppo riduttivo. Parlavano di mutui, azioni, conti strapieni e mogli che spendevano l’impossibile. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua. E mentre mi trovavo ad ascoltare ricconi sconosciuti la vidi per la prima volta. Scarpe blu, non troppo alte. Gambe lisce, un vestito del color delle scarpe, stretto, con una profonda scollatura dietro la schiena. Una collanina d’oro bianco le ornava il collo e i capelli erano raccolti in una morbida acconciatura. Gli occhi verdi erano evidenziati da un trucco leggero e aveva labbra al sapor di albicocca. Ero frastornato, non riuscivo a far niente, tranne che guardarla. Sedeva al mio stesso tavolo con la mia stessa aria annoiata. In quegli occhi smeraldo lampeggiava la preghiera “Qualcuno mi porti via da qui!” , che ad un tratto si riflesse nei miei “Fuggiamo?”. Una conversazione silenziosa, sguardi complici, una scusa per alzarsi dal tavolo prima della fine della cena, -un leggero malessere-, aveva detto lei, -una telefonata importante-, avevo detto io. Fuori dal ristorante lei si tolse le scarpe: “Sono anche scomode, oltre che tremendamente brutte!” aveva riso lei. I suoi passi adesso risultavano morbidi, nulla a che vedere con il fastidioso ticchettio precedente. Silenziosi uscimmo dal parcheggio, ed io la presi in braccio: avevo paura che a piedi nudi potesse farsi del male. Era calda e leggera, e profumava di miele e sole. Il cuore le batteva forte, era in braccio ad uno sconosciuto, su una strada che non sapeva, verso un posto ignoto, e aveva abbandonato la cena organizzata da quell’importante amico di suo padre, banchiere anche lui. Ma non voleva pensarci troppo, si sentiva felice e ribelle. Entrambi avremmo dovuto affrontare l’ira dei nostri genitori, ma non ce ne importava più di tanto. La spiaggia era poco distante, e sorrise non appena sentì l’odore del sale e il rumore delle onde. “Io comunque mi chiamo Luna, grazie di avermi salvata.” Sorrisi. “Io sono Stefano, grazie per avermi chiesto di salvarti.” La serata continuò tra sguardi e sorrisi, e soprattutto lei rise, rise tanto. Rise quando  persi l’equilibrio e cademmo entrambi sulla sabbia fresca, quando giocammo a rincorrerci, correndo avanti e indietro sul lungomare. E rise, di cuore, quando ci ritrovammo a confessare di non aver la  più pallida idea di cosa fare della nostra vita. Era una ragazza intelligente, simpatica ma anche permalosa e tagliente. “Smetti di guardarmi con quegli occhi di pesce, non perché sono fuggita con te allora vuol dire che tu mi piaccia.” Rimasi di sasso, deluso e offeso. E lei scoppiò in una gran risata, la musica più bella che io avessi mai udito in vita mia. Sentivo già di amarla. E di volerla accarezzare, e baciare, e stringere forte, e portarla via, e non lasciarla andare mai e poi mai, perché Luna –aveva anche uno splendido nome a parer mio- era la creatura più deliziosa e perfetta che fosse stata mai creata. E la volevo tutta per me. D’istinto la baciai, ma non si ritrasse, come invece mi aspettavo. E da quel giorno tutto aveva acquistato senso. Dopo pochi mesi i miei genitori erano felici di conoscerla, mia madre l’adorò da subito. Dicembre, il primo Natale insieme. Febbraio, il nostro primo viaggio, a Roma, tre giorni idilliaci. Un anno dopo ci sposammo, giovani, felici e innamorati. Non avrei mai immaginato di sposarmi così presto. E poi c’era stato così tanto amore che i nostri due cuori faticavano a contenerlo.

venerdì 9 ottobre 2015

Occhi blu

'Che anche se non avevi gli occhi blu, io negli occhi tuoi ci vedevo il mare e il cielo uniti e fusi, inseparabili.
'Che anche se non avevi gli occhi blu ci vedevo l'orizzonte e la schiuma delle onde,
 'che poi gli occhi ce li avevi belli lo stesso,
 anche se dicevi di no, se non ti piaceva niente di te,
io dentro ci vedevo tutto il bene del mondo. Tutto quanto.
'Che anche se non avevi gli occhi blu, quella camicia azzurra che piaceva a me ti stava più che bene.
 'Che anche se non avevi gli occhi blu, erano pur sempre gli occhi tuoi.

Torno presto pt.4

Dunque i tempi che seguirono quella partenza/ ritorno, furono davvero difficili. Mi presi una settimana di malattia, rimasi a casa come un vegetale, mangiavo poco, fumavo molto, bevevo troppo. Amavo il sapore dell’alcol e la sensazione di freddo che mi lasciava in gola mentre bevevo. Diciamo che in poco tempo mi trasformai da uomo distrutto in uomo depresso quasi alcolizzato. Andavo in giro per locali fino a notte fonda, vagabondavo per le strade ubriaco e finivo sempre a dormire in case non mie, circondato da capelli che non mi ricordavano nulla. Ero convinto di aver annegato i miei problemi nella vodka più buona, di aver annegato la sua voce che mi rimbombava sempre nella testa, la sua bocca color fragola e i suoi occhi. Dio! Quegli occhi avrei passato giorni interi a baciarli. Ero convinto di averla dimenticata. Ma tutto andò ancora peggio, se possibile. I ricordi galleggiavano splendidamente sull’orlo del bicchiere che riempivo ogni volta, e lei era sempre dentro me. L’alcol non serviva proprio a nulla! Mi aveva solo fatto venire una pancia da cinquantenne trascurato, costringendomi a segnarmi in palestra. Non c’era qualcosa di migliore per dimenticare? Di più forte? Che ti mandava fuori di testa? In realtà c’era, la droga, ma io a quella roba non mi volevo nemmeno avvicinare. Ne avevo visti tanti prima di me che avevano fatto una brutta fine per la polvere. Non volevo ridurmi in quello stato, e a dir la verità non ero così tanto disperato da buttarmi a capofitto nel tunnel. C’era poco a cui pensare, poco da cercare, dovevo riprendermi, e senza nessun tipo di robaccia. Mi alzai dal letto, mi feci la barba e indossai una camicia pulita. Era ora di riordinare la casa, i piatti straripavano dal lavandino, i panni sporchi si accumulavano in bagno e in ogni stanza possibile, dovevo fare la spesa dato che non avevo quasi più niente da mangiare. Erano altri tempi quelli in cui non era importante riempire il frigo. Stop. Basta. Chiuso il cassetto dei ricordi. Dovevo almeno provare. Se non fossi riuscito a non pensarla per una sola mattinata sarei stato libero poi di crogiolarmi tranquillamente nel dolore, ma non senza aver provato. Accesi lo stereo, era da tempo che non sentivo la musica. E stavo bene così, con lo stereo che strillava nelle orecchie parole che mi facevano star meglio. E capii che era vero tutto ciò che era stato detto sulla musica, è l’unica compagna che ti rimane accanto per tutta la vita, quella  che trova le parole esatte, che non tradisce, che ti fa sentire sempre vivo. Finii le faccende e uscii di casa. Il sole era forte, illuminava tutto. Non mi ero mai accorto di quanto fosse bello, forse perché avevo sempre avuto accanto qualcosa di più potente del sole, che faceva splendere ogni cosa. Vagavo senza alcuna meta precisa, avevo lasciato libero arbitrio ai miei piedi, sperando che non mi avrebbero portato in un altro viaggio nei ricordi. Ero però stranamente felice, camminavo con la consapevolezza di essere un altro uomo, un uomo cosciente, se pur ancora con l’anima in pezzi. Ci sarebbe voluto del tempo per ricomporli. E di tempo ne avevo tanto. Ero deciso a dimenticarla, non importava quanto avrei sofferto, quanto sarei stato male. Era la soluzione più giusta, per me. D’altronde ero un uomo, debole, ma un uomo. E non volevo più comportarmi come una donna depressa abbandonata all’altare. Camminavo piano, mi godevo il bel tempo, l’aria satura di odori che avevo quasi dimenticato, troppo occupato a logorarmi dentro: il profumo del pane appena sfornato, dei ristoranti che lavoravano frenetici, l’odore dei tanti libri nelle librerie, che da sempre mi aveva rilassato. Pur vagando sul fondo, non ho mai smesso di leggere. I libri erano per me una cura, le storie che leggevo mi facevano evadere dalla prigione di un mondo che non mi piaceva, che forse non mi voleva nemmeno. Ma più che leggere amavo l’odore che emanavano le pagine mentre le sfogliavo. Mi trasmettevano qualcosa di buono, di bello, qualcosa che mi faceva del bene. Tornai a casa sudato, stanco, ma felice. Sentivo il cassetto dei ricordi premere, il viso di Luna che cercava di farsi spazio tra i miei pensieri, la tentazione era forte –quasi troppo forte- ma non lo aprii, lo lasciai chiuso, e ci misi pure qualche lucchetto. E buttai le chiavi. L’ora del pranzo era passata da un pezzo, mangiai un po’ di frutta soltanto, in vista della cenetta che avevo deciso di prepararmi. Mi feci una doccia, accesi lo stereo e iniziai a cucinare. Alle otto era tutto pronto: fettuccine al ragù, pollo arrosto con patate, verdura di contorno, e un piccolo tiramisù. Non avevo certo intenzione di mangiare tutto, ma cucinare aveva tenuto la mia mente occupata per tutto il pomeriggio. Quella sera dunque mangiai non poco, accompagnato da buona musica e ottimo vino bianco. Andai a letto tardi – forse le schifose sit-com iniziavano a piacermi- un po’ brillo, soddisfatto di essermi comportato bene per tutto il giorno. Mi addormentai quasi subito.  Mi ritrovai in un prato verde, sdraiato al sole, con una brezza leggera che –piegai la testa per guardare- accarezzava margherite e girasoli. Profumo di miele. Luna distesa accanto a me, più bella che mai. Sorridevamo, eravamo felici. Una parte della memoria mi suggeriva che stavo solo sognando, ma lasciai il sogno continuare. Col dolore ci avrei fatto i conti appena sveglio. Io e Luna – sì, era proprio lei- eravamo distesi su una tovaglia a scacchi da pic-nic, mentre le formiche cercavano di rimediare qualche briciola del nostro pranzo  che, a giudicare da quanto ne era rimasto, nulla, doveva esser stato davvero ottimo. E ad un certo punto ci ritrovammo a correre lungo quella distesa d’erba che sembrava infinita, a correre come due  bambini felici. E ci rincorrevamo, e ci prendevamo, e correvamo e correvamo senza mai prendersi, senza mai lasciarsi, correvamo, ridevamo, ci abbracciavamo. Ed io l’amavo, dio quanto l’amavo. E lei mi amava, dio quanto mi amava. E si insomma, ci amavamo e tutto andava bene perché io ero lì, e lei era con me, ed eravamo noi, noi soltanto che ci rotolavamo su quel prato enorme, quasi quanto la felicità che provavo in quel momento. Lei aveva i capelli sciolti, il vento si divertiva dispettoso a spettinarla, rendendola forse ancora più bella di quanto non lo fosse appena sveglia, quando ancora calda di sonno si teneva stretta forte a me, per rimanere così qualche minuto in più. Anche se io ci sarei rimasto tutta la vita così. Senza andare a lavoro, senza bere né mangiare, che tanto c’era lei a riempirmi dentro. Mi svegliai di colpo, nel bel mezzo della notte, solo come un cane, con due fiumi di lacrime che scendevano diritte sul volto, scroscianti come torrenti in piena. Luna! Diavolo, Luna! Dov’eri? Dove diavolo eri? Perché eri così lontana da me?  Da me che ti desideravo più di ogni altra cosa. Non riuscii più a prendere sonno, quella notte. Incredibilmente il cassetto dei ricordi era stato così insistente da riuscire a rompere i lucchetti della mia mente. Debole, ancora una volta.
 
                            -Rebecca

giovedì 8 ottobre 2015

E da lì.

“Mi son ritrovata su un treno che si allontanava.
E nemmeno volevo salirci.
E non ci saresti stata tu ad aspettarmi in stazione.
Era così tra di noi: un bacio prima di andare, come fosse ogni volta il penultimo. E poi l'ultimo è arrivato davvero.
E da lì ho cominciato a baciare bocche che non erano le tue.
E da lì ho avuto timore a stringere altre mani.
E da lì ho sentito freddo anche ad agosto.
E da lì ho fatto l'amore solo in un letto.
Mi son ritrovata a leggere storie di cui non mi importava.
Ho sfogliato pagine velocemente, senza
alcuna attenzione. Occhi veloci, null'altro.
Mi son ritrovata ad ascoltare gente senza niente da dire.
E da lì nessuno rendeva speciale l'insignificante.
E da lì non volevo che altri sapessero delle mie giornate.
E da lì non avevo più alcuno a cui mandare delle lettere.
E da lì l'ansia non aveva senso.
E da lì attendere che venissero ricevute non mi faceva provare più nulla.
Mi son ritrovata a stringere altri fianchi.
E da lì non ho più disegnato.
E da lì non volevo più scoprire alcun corpo.
E da lì non avevo più voglia di intrecciare le gambe con nessun altro.
Mi son ritrovata a fumare per ricreare quella stessa sensazione indossavo con te.
E da lì la cerco sempre.
E da lì ti cerco sempre.
Mi son ritrovata a sentire la tua mancanza anche nel silenzio completo.
E da lì ti amo.
E da lì tu non ci sei più.”

-MH.

Torno presto pt.3

Ma no, non fece niente di tutto questo. Probabilmente si era accontentata di qualche conchiglia, bella soltanto fuori. Io invece oramai somigliavo più ad un robot: gesti meccanici, risposte automatiche. Lavoro-casa, casa-lavoro. Molti amici mi avevano consigliato di andare da qualcuno, insomma sì, da uno strizzacervelli per vedere se le mie rotelle fossero ancora tutte al loro posto. Altri ancora mi avevano detto di far scorrere il tempo, e tutto si sarebbe aggiustato da sé. Ci fu addirittura chi mi disse di iscrivermi a un sito di incontri su internet, uno di quelli per giovani divorziati che ancora hanno un po’ di forza per amare. Uno di quelli in cui basta scrivere la tua “tipa ideale” e subito ti appare una sfilza di nomi e foto, di tante donne diverse, che nella maggior parte dei casi non hanno nulla in comune con te. Una volta ci provai per pura curiosità. Appena mi registrai, avevano iniziato a scrivermi donne di tutto il paese, chiedendomi qualsiasi cosa, dal numero di scarpe al mio lavoro. Mi trovai in sintonia da subito con una di loro, Charlotte. Italo-americana, mora, occhi verdi e grandi, corpo snello, almeno questo era ciò che si capiva dalle foto che m’inviava. Iniziammo a parlare tutti i pomeriggi, poi tutte le sere, e dopo un mese di conoscenza virtuale avevamo deciso di incontrarci. In un bar molto frequentato, aveva detto lei. Le donne giustamente hanno sempre più paura di uscire con uno sconosciuto per la prima volta. Hanno ragione: anche dietro il viso da angelo più delicato, potrebbe celarsi un sadico, un violentatore, un pazzo. Ma non era di sicuro il mio caso, ero più morto che vivo. A prima vista, sembrava davvero una ragazza fantastica, ed anche ad una seconda occhiata più attenta, aveva dimostrato che era proprio il genere di persona che mi avrebbe riportato a galleggiare sull’orlo dell’acqua. Era passata già più di un’ora dalla prima parola e tutto andava stranamente bene, troppo bene. Non avevo pensato a Luna per tutto il tempo, avevo solo ascoltato il fiume di parole che Charlotte aveva iniziato da subito a rovesciarmi addosso, lasciandomi così strabiliato dall’intelligenza di quegli occhi di cerbiatto. Ma in un attimo tutto degenerò, le bastò scansarsi i capelli dal viso e sorridermi. Luna lo faceva sempre. Ed iniziai con i soliti stramaledetti paragoni che avevo sempre il vizio di fare. Pensavo tra me e me: “Ha il suo naso, gli stessi occhi e l’arco delle sopracciglia. Ha il suo stesso modo di parlare e di sicuro anche di camminare quando è nervosa. Ha un sorriso simile, i capelli tagliati allo stesso modo. Si veste anche in modo simile, ha lo stesso vizio di prendermi in giro. Dio Luna quanto mi manchi, ora ti bacio, no non posso, non sei tu. Ti prendo e ti bacio, no non posso. Dio sto impazzendo, aiuto devo baciarla e toccarle i capelli, sentire il profumo della sua pelle, dirle che la amo. Luna, non sei tu. Dio quanto mi manchi. Ti somiglia tanto. Sembri quasi tu. Ti amo, ti amo davvero. Torna da me. Ti prego.” Tornai in me stesso, la guardai per un attimo e scappai via, corsi più che mai, fino a sentire i polmoni bruciati e la gola in fiamme. Non mi feci più sentire, mai, mai, mai più.  Era troppo uguale a lei. Avevo i piedi stanchi, e mi ritrovai a notte fonda in mezzo al nulla, a gridare in silenzio, senza emettere alcun suono, sotto un cielo scuro e stelle bianche che se ne fregavano di me e del mio dolore. Ad un tratto realizzai di trovarmi di fronte alla stazione principale: avevo qualche soldo in tasca, la carta di credito e tanta voglia di scappare. Gli ingredienti giusti per salire sul primo treno. Decisi di andare a Roma, la città preferita di Luna. Ci eravamo andati insieme tantissime volte. Feci il biglietto, la gente intorno mi squadrava. Non avevano mai visto un uomo distrutto senza bagagli probabilmente. Il treno si allontanava dalla banchina, piano, lento, come a suggerirmi di ripensarci, di scendere da quel maledetto vagone, di fuggire, ma da qualche altra parte. Certo, lontano, lontano da qui, da tutti, da lei, che era la cosa più bella ma allo stesso tempo la cosa peggiore che mi fosse mai capitata. Mentre guardavo il paesaggio che cambiava, pensavo che era ora di cambiare anche per me. Di prendere una decisione. Di arrivare ad una conclusione. Di capire perché mi ero sempre attaccato al coltello che mi lacerava la pelli tutti i giorni, senza sosta, senza pause. Un dolore continuo, di cui provavo quasi piacere. Semplicemente di mandare tutto all’inferno e creare un nuovo me. Ma il treno continuava a correre, acquistando sempre più velocità, come a dire che oramai era troppo tardi, il tempo era scaduto, niente più secondi per pensare, niente più attimi per esitare. La decisione andava presa, ma io ero troppo debole, come d’altronde ero sempre stato. Debole, distratto, incoerente. Ma che stavo facendo?  Ma cosa avrei voluto fare? Volevo davvero rivedere quei luoghi pieni zeppi di ricordi? Le panchine dove si era poggiata, le statue che aveva sfiorato con quegli occhi sognanti, bellissimi, in cui mi perdevo tutte le volte che la guardavo?  Perché non ero mai stato un uomo forte?  Ero una persona inutile. Stavo male. Non stavo bene da solo. A guardare dal finestrino gli alberi che passavano, uno dopo l’altro. Che pur se c’è il vento forte loro non si spezzano.  Si piegano, sempre di più, quasi fino al limite di rottura. Ma resistono. Però io purtroppo non ero un albero. Al massimo ero uno stelo spezzato di un fiore senza più petali, sottoposto ad un vento incessante, che minacciava di strapparmi dal suolo. Mentre ero perso nei miei pensieri il treno si fermò, scesi. Uscì dalla stazione e fui subito investito dalla cacofonia dei più vari rumori: clacson di auto, grida di bambini, rotelle di valigie che correvano per non perdere l’ultimo treno, giovani di ritorno dalla loro prima vacanza da soli. Roma. Chi mai avrebbe potuto dimenticare una città del genere? Sicuramente non io, e nemmeno Luna. D’un tratto si sollevò un leggero venticello che portava profumo di miele, o forse era la mia immaginazione che vagava a briglia sciolta. Profumo dei suoi capelli. E subito centinaia di coltelli affilati mi si infissero nello stomaco e caddi in ginocchio, spezzato in due da quel dolore atroce. La gente mi si raccolse intorno, preoccupata. Sto bene, dicevo, va tutto bene, ora passa. Mi ero alzato da terra quando l’altoparlante aveva chiamato i passeggeri per l’ultimo treno in direzione di Firenze. Corsi più che mai, diretto verso quel treno, senza pensare a ciò che facevo. Stessa storia di prima: biglietto veloce, niente bagagli, gente che mi squadrava. Non me ne importava niente. Volevo tornare a casa, dai miei amici, da me, convinto che sul divano ci fosse Luna ad aspettarmi, con i capelli di miele, a guardare un noioso programma in tv, senza ascoltarlo davvero, perché aspettava solo me, avrebbe aspettato solamente me, sempre. Tornato a casa le mie aspettative crollarono con il rumore di vetri rotti, lei non c’era. Lei non sarebbe tornata mai. Ricordo solo che quella notte piansi tanto. I giorni a seguire furono una sorta di coma. Luna perché sei scappata via?  In tutti questi anni non ho mai trovato una risposta. Perché sei andata via? Dato che volevi proseguire per la tua strada, avresti dovuto concedermi un vero addio. Mille volte avrei preferito vedere le tue spalle che si allontanavano piuttosto che alzarmi una mattina e non trovarti più. Semplicemente perché mentre ti avrei guardata andare, ti sarei corso dietro e ti avrei detto che t’amavo, t’amavo tanto, t’amavo più del sole al mattino, t’amavo con tutto il cuore, i polmoni, le mani, i piedi, gli occhi e le labbra, i capelli e le ciglia, che si insomma, t’amavo con tutto me stesso. Ma non mi hai dato la possibilità di farlo. A quest’ora sono sicuro che saremmo stati più felici entrambi. 

                                     -Rebecca

mercoledì 7 ottobre 2015

Torno presto pt.2

E così gli amici mi chiedevano: “Stefano, come stai? Come ti senti?”   Ma che razza di domande erano? Dio solo sa quanto le odiavo. Come volevano che mi sentissi? Solo? Perso? No, come quando di notte si addormenta un braccio, una mano. E diventa insensibile: è come se non aveste più quella parte del corpo, come se vi mancasse qualcosa. Ecco sì, io mi sentivo proprio così. Mi mancava una parte di me, che era andata via con lei, che era sparita nel nulla, o che era proprio lei. Non lo so, non so quale parte fosse, ma era di sicuro lì, vicino al cuore, perché ogni tanto sentivo un vuoto. E quando tentavo di ritrovarla, di ricomporre i pezzi, sentivo tante fitte allo stomaco. Di quel dolore che ti spinge a girarti in un angolo a vomitare quando sei per strada e cammini senza stringere nella tua mano la sua. Di quel dolore che la notte non ti lascia in pace, come a dire: “Si nemmeno stanotte ho dormito per lei!” Ecco beh, non era una gran situazione, anzi mi sentivo proprio uno schifo ma colpa sua non era. La colpa era la mia, era tutta la mia. Che fissavo ancora quel telefono che non s’illuminava, che stavo come con gli occhi di un cane bastonato sul ciglio della strada ad aspettare il suo ritorno, che non andavo avanti, che ero bloccato, sorretto da qualche inesistente speranza, la quale mi faceva sperare che lei avrebbe cambiato idea e sarebbe corsa di nuovo da me. Ero convinto che qualcosa di così grande, così profondo, non si potesse dimenticare o evitare o cercare di non pensare. Ma quello che non avevo capito, era che solo io la vedevo in quel modo. E va bene sì, anche a me a volte era venuta la voglia di mollar tutto e andar via, ma era sottinteso che con me ci sarebbe stata anche lei. Non avevo mai pensato a una vita senza di lei. E’ così strano che un uomo provi così amore? Non siamo sempre noi quelli rozzi, non romantici, che dimentichiamo anniversari e occasioni speciali, che ce ne andiamo con la scusa di comprare un pacchetto di sigarette, che siamo fissati per il calcio e le macchine, che graffiamo loro il viso con la barba di due giorni? Sì, assolutamente sì, siamo noi, abbiamo tutti i difetti di questo sporco mondo, ma se amiamo, lo facciamo nel modo più puro possibile. Ed io la amavo da morire. E forse la amo ancora, anche se una nuova famiglia mi circonda e le rughe ormai m’incorniciano il volto. Sì, in un certo senso non l’ho mai dimenticata. Era quel genere di persona che qualcuno lassù in cielo, mi aveva mandato per farmi capire che tutto sommato ero un bravo ragazzo, per aver meritato tanto. Ma poi me l’aveva strappata via, con la forza di un uragano, di un mare in tempesta, impetuoso, violento.  Ed io non ero mai stato capace di respirare sott’acqua, avevo paura del mare. Quando da piccolo ci andavamo tutti insieme, io me ne stavo sotto l’ombrellone a fare i cruciverba con mia nonna. Prima veniva anche lei al mare, insieme a nonno, poi quando lui se n’è andato, si è rinchiusa dentro casa, e si è prosciugata piano piano fino a spegnersi del tutto.  Quando è morta, avevo undici anni, non la volli vedere, avevo il terrore che mi avrebbe fatto senso, ma soffrii molto. Era la mia super nonna, che preparava pranzi per eserciti interi, che faceva delle torte al cioccolato buonissime, che non avrei mai voluto perdere. Ma la fine arriva per tutti prima o poi. Purtroppo. Per me in un certo senso era finita quando Luna mi lasciò. Da quel giorno ho iniziato a sprofondare negli abissi, senza coralli né pesci colorati, ricordo che c’era solo tanto buio. Ma perché se n’era dovuta andare? Lo so, non ero mai stato abbastanza per lei, ma stavamo bene insieme. Aveva giurato di non lasciarmi mai, di restare con me per sempre. Ma credo sia facile giurare di restare. Così facile promettere di non andare via mentre il mondo volta le spalle. Era stato così facile per lei giurare di restare e poi andar via come han fatto tutti gli altri. Non un ripensamento, qualche parola che suonasse come una scusa. Ma non si accorgeva che tutto era cambiato? Non sentiva il suo cuore battere un po’ più piano? Non le mancavano i capelli tra le dita e i nasi che si sfioravano? Forse sì. O forse no. Ma è stato comunque facile per lei scappare piuttosto che provare a rimanere. Come il mare che s’infrange sulla riva, e poi la lascia cambiata, diversa. Così lei aveva fatto con me. Soltanto che poi il mare se la riprende la riva. E lei, lei non mi prese più. Così lei era la musica nella mia conchiglia, ed io il sassolino anonimo sul bagnasciuga. Povero sassolino, chi mai l’avrebbe guardato in mezzo a tutte quelle belle conchiglie? Ma lei lo fece. E da allora il sassolino è diventato più coraggioso, più bello. Non era più un sassolino in mezzo a tante conchiglie, si sentiva anche lui una bella conchiglia. Sì, io ero il sassolino. Lei l’aveva preso, osservato, custodito tra le mani e poi gettato tra le onde più altre quando si era accorta di ciò che era, solo un sasso, solo io. Avrei tanto voluto invece che lei avesse continuato a stringermi forte. Ma è scappata via. Mi ha lasciato solo. Se avesse sentito il cuore debole, e avesse cercato una soluzione per farlo tornare potente, avrebbe dovuto cercare me. Se fosse andata tra tante conchiglie, e non ne avesse trovata nessuna adatta a lei, avrebbe dovuto ricordarsi di cercare tra i sassi. Che avrebbe trovato me, solo ma in compagnia di tanti. Sempre lì, sul bagnasciuga, nell’attesa di essere stretto ancora. 

                                 -Rebecca

martedì 6 ottobre 2015

"Torno presto" pt.1


“Torno presto”. Mi aveva scritto un biglietto con queste due parole sopra, marchiate della sua grafia ordinata ma allo stesso tempo incomprensibile, che era solo la sua. L’aveva lasciato sul suo cuscino, accanto a me, alzandosi dal letto ancora caldo. Un biglietto come tanti altri, come quelli che mi lasciava spesso, magari sullo specchio del bagno, o sul frigo, sempre troppo poco pieno, che di fare la spesa non avevamo mai tempo. E preferivamo mangiare qualche schifezza sotto le stelle di quel nostro balcone che di romantico non aveva proprio nulla. Logorato dal tempo, trascurato da noi, senza piante, senza fiori, che invece ci piacevano tanto. Ma non avevamo mai tempo, troppo impegnati a viverci, o semplicemente ad aspettare l’altro che tornava a casa dopo l’ennesima giornata di sfiancante lavoro. E a noi andava bene così, perché non c’è niente di meglio di aver qualcuno che la sera ti aspetti anche fino a tardi, sveglio sul divano a guardare le solite schifose sit-com che non piacciono a nessuno dei due, o che aspetti per addormentarsi solo te che arrivi, per poi sprofondare nel sonno col sorriso sulla faccia. Un sorriso stanco, ma mai annoiato dalla quotidianità dei gesti. Ed era un sorriso che a lei riusciva proprio bene. E che mai mi sarei aspettato di non vedere più. Il problema è che quando non ti aspetti qualcosa, e arriva o va via all’improvviso, che sia piacevole o deleterio, ti senti un’altra persona. Sei costretto a rompere gli equilibri quotidiani, perché sono cose da fare in due e una persona da sola non riesce a reggere il peso della rottura. Ed è così che mi ritrovai, nel bel mezzo di una vita perfetta, senza sicurezze, senza punti di riferimento, perché lei sola era il cardine su cui poggiavo tutto me stesso. “Torno presto”, aveva scritto, ma quel “presto” non seppi mai a quale ora o a quale giorno si riferisse, o peggio ancora, a quale vita. Mi ritrovai così. Spezzato. Distrutto. Con i polmoni a pezzi e la gola secca. Con le lacrime asciutte sulle guance, seduto in ginocchio su quel pavimento freddo. Ne accesi un’altra, poi un’altra e un’altra ancora, con l’intenzione di annientarmi, di farmi del male. Ma io stavo già male. E quando un corpo è al limite di rottura, anche se cerchi di fargli sempre più male, arriverà ad un punto in cui non sentirà più il dolore. Ed è così che stavo, ed è così che passavo il tempo. Malsano, sbagliato, deleterio. Necessario. Ero spezzato. Distrutto. I polmoni chiedevano pietà, gli occhi non ne potevano più. Io chiedevo aiuto. Non c’era nessuno. La casa era vuota. Quasi vuota quanto me in quel momento. L’amore. La sua mano nella mia. Il delirio. Il caos. La voglia di andar via ma l’impotenza di uscire da quella camera fredda tanto quanto la mia mano vuota. Ero solo. Non avevo nessuno. Li avevo mandati tutti via. Perché non li volevo, perché non erano lei. Ero semplicemente solo, spezzato, distrutto. Il tempo trascorreva incredibilmente lento, i minuti sembravano ore, le ore giorni. Mi trascinavo per le strade della città come un drogato in crisi d’astinenza, o un malato terminale, o più semplicemente un uomo morto. Occhi bassi, camminata lenta, attento a non incrociare gli occhi dei passanti, ‘che ci avrebbero letto il tormento nei miei. Perché proprio lì, nelle pupille, era scritto a caratteri cubitali che qualcuno mi mancava. Perché le persone che hanno subito un danno le riconosci per strada: camminano con le braccia distese lungo i fianchi, senza una meta, con gli occhi che fissano l’asfalto o che vagano solitari, cercando sempre qualcosa esaminando volti su volti, ma non trovandola mai. Le vedi camminare sul ciglio del marciapiede, mentre provano a ricomporre i pezzi della loro anima, andati persi chissà dove. Ed io vivevo così, alla giornata. Lavoro, amici premurosi, alcol, finire nelle braccia di qualche donna, pentirsene e maledirsi di esserci cascato l’ennesima volta, andarsene e lasciarla da sola, perché non me ne importava nulla. Io un’altra donna non l’avevo mai desiderata. Non ci avevo mai pensato a rifarmi una vita. Lo trovavo sbagliato, per me sarebbe stato equivalente ad un tradimento. Perché tutte quelle finte donne, che fossero traditrici dei loro ignari mariti, giovani in cerca di esperienze, donne single tutte d’un pezzo alla ricerca di scapoli e divorziati falliti tanto quanto loro, io non le volevo nemmeno guardare. E quando abbracciandomi, mi circondavano il viso con i capelli, io rischiavo di impazzire. Io oltre ai suoi capelli mori, non ne volevo altri intorno al viso, o sulle giacche, che erano rimasti lì, quelle volte in cui stavamo abbracciati per un tempo che sembrava l’eternità..
        
                                           -Rebecca Proietti